Alla fine degli anni ’70 fu scoperta una proteina, chiamata
PSA (letteralmente: antigene prostatico specifico), che con il tempo si rivelò essere un campanello d’allarme molto utile per identificare i casi di tumore alla prostata. In pratica, la misurazione della quantità di questa proteina presente nel sangue è utile per rivelare in parte lo stato di salute della prostata. Infatti, in caso di patologie riguardanti la prostata i livelli di questa proteina aumentano.
Per questo motivo, per lungo tempo il dosaggio del PSA è stato usato come
screening, ovvero come un esame da compiere a tappeto su tutti gli uomini, a prescindere dalla loro età e dalla presenza di eventuali sintomi. Oggi, passati i grandi entusiasmi di quegli anni, i medici e i ricercatori hanno scoperto che in assenza di sintomi, lo screening del PSA è inutile. In pratica, i risultati degli studi condotti dimostrano che su 1000 uomini in salute che fanno il test del PSA, 850 avranno valori normali, 150 avranno valori elevati e faranno ulteriori esami. Di questi, 130 non avranno nulla (risultati falsi positivi) e 20 avranno un tumore alla prostata. Nella metà di questi casi (10) il tumore resterà stabile senza creare problemi di salute. Dei restanti 10, 6 guariranno completamente e 4 moriranno. In questi 4 casi su mille la diagnosi precoce fatta grazie al test del PSA non serve per modificare le terapie e l’andamento della malattia.
Per questi motivi, la comunità medico-scientifica è concorde nell’affermare che il test del PSA ha valore solo se effettuato su
uomini più a rischio, ossia che manifestano sintomi che possono far pensare a una malattia della prostata, e non in tutti i soggetti indiscriminatamente.