Soffrire di cuore fin dalla nascita non è come diventare cardiopatico nell’età adulta. Diversi studi di
psicologia hanno infatti dimostrato che il peso delle cardiopatie congenite sui piccoli pazienti e sulla loro crescita è notevole.
La presenza di un bambino cardiopatico in famiglia coinvolge tutti i familiari: i genitori, che devono dedicare al figlio malato particolari attenzioni, ma anche, ovviamente, i fratelli.
Un rischio comune, con il bambino cardiopatico, è quello di esagerare nel proteggerlo, escludendolo di fatto da una
normale vita di relazione tra coetanei.
Poiché negli ultimi 25 anni gli sviluppi della cardiologia interventistica e della cardiochirurgia hanno permesso di intervenire su pressoché tutte le forme di cardiopatia congenita, l’interesse della psicologia si è focalizzato sullo sviluppo del bambino e poi dell’adolescente in un
contesto fortemente medicalizzato.
La nascita di un bambino cardiopatico è causa di un’intensa sofferenza per i genitori. Il bambino stesso, con la sua fragilità e la sua vulnerabilità, apre una ferita, risvegliando nei genitori ansie e sensi di colpa che favoriscono la comparsa di
clima familiare iperprotettivo e di particolare indulgenza.
Diversi studi effettuati su madri di bambini cardiopatici rilevano in queste donne sentimenti di inadeguatezza, spesso non commisurati alla gravità della malattia.
E gli psicologi notano con frequenza che i bambini cardiopatici appartengono a quelli che il gergo comune definisce “bambini viziati”.
Per questa ragione, è bene ricordare che proteggere il proprio figlio fragile è necessario, ma che bisogna stare attenti a
non esagerare: è utile fidarsi del medico nel valutare che cosa è opportuno lasciargli fare e che cosa, invece, può mettere a rischio la sua salute.
A volte è meglio che una mamma stia un po’ in ansia per aver permesso al figlio malato di partecipare a un’attività sportiva o a una gita di classe, piuttosto che far crescere il bambino in un clima morboso e che non concede spazio alla naturale conquista dell’autonomia.
Gli interventi chirurgici lasciano segni tangibili sul corpo dei bambini: le cicatrici, che ricordano momenti di sofferenza e dolore. È bene sapere che
fino ai 6-7 anni il dolore viene percepito dal piccolo come una forma di aggressione esterna che suscita fenomeni di regressione psicologica e quindi di dipendenza, in particolare dalla figura materna.
Con l’
adolescenza, tuttavia, la dipendenza può trasformarsi in ribellione, non solo verso i familiari, ma anche verso i medici, con evidenti ripercussioni sulla frequenza dei controlli e sull’adesione alle cure prescritte.
Arrivato all'
età adulta, il malato deve confrontarsi con decisioni importanti, come la scelta del lavoro, la gestione della sessualità o un’eventuale gravidanza.
Per tutte queste ragioni, è consigliabile affiancare sia i genitori sia il malato con un
supporto psicologico, almeno nei momenti di crescita e di sviluppo. In tal modo sarà possibile contenere gli effetti negativi di una malattia cronica sulla personalità del bambino.