Per effettuare
la diagnosi ci si basa, oltre che sul quadro clinico del paziente, sull’elettrocardiogramma, che, in un infartuato, evidenzia delle tipiche alterazioni.
Esami effettuabili
ecocardiografia: (è una ecografia del cuore): se c’è un infarto in corso la zona di muscolo cardiaco coinvolta si contrae meno bene o non si contrae affatto
analisi del sangue: confermano o escludono una diagnosi di infarto miocardico in base all’innalzamento dei valori di particolari enzimi.
Terapia farmacologica
La terapia farmacologica applicata agli infartuati prevede in una
fase iniziale l’uso di morfina per calmare il dolore e di ossigeno per migliorare l’ossigenazione del sangue.
La prima fase di terapia è infatti volta a ridurre il dolore e a prevenire un’ulteriore estensione della lesione cardiaca.
Si somministrano precocemente anche
aspirina (per il suo effetto antiaggregante piastrinico e quindi con possibilità di favorire la dissoluzione del coagulo di sangue che occlude la coronaria) e
nitroglicerina (dilata i vasi coronarici e abbassa i livelli pressori).
Altri tipi di intervento
Se la diagnosi di infarto è confermata l’obiettivo terapeutico principale è quello di
riaprire prima possibile il vaso che si è chiuso garantendo il flusso di sangue adeguato e quindi limitando il danneggiamento del muscolo cardiaco.
Infatti,
se l’occlusione si prolunga nel tempo, una quota variabile di
muscolo va incontro a necrosi, muore e il danno che ne consegue diventa pertanto irreversibile.
Per impedire che ciò avvenga ci sono due possibilità: somministrare dei farmaci che, rendendo molto fluido il sangue, sono in grado di sciogliere il coagulo che ostruisce la coronaria (
trombolitici), oppure ricorrere precocemente a dei dispositivi meccanici in grado di asportare il coagulo (
angioplastica coronarica cosiddetta ‘‘primaria’’).